Croce Rossa e Mezzaluna, garanti in guerra e prigioni

Camilla Calabrò (5^I) Giovanni Bonavita (5^I)

 

 

Fondata dal 1863, il Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa – ovvero la sua diramazione mediorientale – svolge un’importante azione umanitaria: portare cure mediche e difendere i diritti fondamentali dell’uomo in un’ottica sovranazionale. Dalla sua fondazione ad opera di Henry Dunant, imprenditore e filantropo svizzero, oggi è presente con sedi nazionali in 189 stati. A Ginevra è oggi possibile visitare il Musée International de la Croix-Rouge et du Croissant-Rouge, dove sono raccolte le testimonianze principali dell’operato dell’Associazione nel mondo.

Convenzioni Ginevra

L’azione della Croce Rossa non sarebbe possibile se non esistessero i quattro Trattati internazionali che proteggono i diritti di tutti coloro che, direttamente o meno, si trovano coinvolti in una guerra. Essi sono conosciuti come Convenzioni di Ginevra, dal nome della città svizzera in cui furono siglate, nella loro prima stesura, a partire dal 1864 (Convenzione per il miglioramento delle condizioni dei militari feriti in guerra). Dopo la Seconda guerra mondiale raggiunsero la loro forma definitiva, approfondendo ognuna determinati aspetti della salvaguardia dell’individuo in periodo bellico: in particolare la III Convenzione si concentra sui diritti dei prigionieri politici e di guerra. Essi devono essere detenuti in condizioni che non violino la loro dignità di esseri umani; inoltre viene permesso ai volontari della Croce Rossa di sincerarsi del loro stato fisico e psichico per mezzo di visite, anche senza testimoni.

Diritti dei prigionieri politici e di guerra

Per noi l’importanza della Croce Rossa non risiede tanto in quello che fa, quanto in quello che impedisce che ci facciano.”  Parole emblematiche del più famoso prigioniero politico dell’ultimo secolo, Nelson Mandela. Esse riassumono l’azione della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa nei confronti di coloro che sono imprigionati per ideali politici o per conflitti tra nazioni: l’Organizzazione, tramite visite e rapporti sulle condizioni di detenzione, impedisce che i prigionieri cadano vittima di un regime totalmente arbitrario e tenta di salvaguardare i diritti fondamentali e le condizioni igienico-sanitarie. La presenza della Croce Rossa infatti si rivela scomoda anche per i regimi che esercitano più apertamente la violenza, in quanto gli operatori sono testimoni diretti delle condizioni in cui sono tenuti i prigionieri.

Ogni Stato, per quanto potente, è soggetto al delicato equilibrio della politica internazionale: l’opinione pubblica mondiale ha influenza sulle decisioni e sui provvedimenti attuati dai Governi. Svolgendo la sua opera nelle carceri la Croce Rossa riesce a salvaguardare i diritti dei detenuti opponendosi alla tortura o addirittura alla loro uccisione arbitraria – e a questo scopo è stato istituito un registro riservato che raccoglie i nomi dei carcerati, le cui prime versioni sono ora raccolte nel Museo della Croce Rossa di Ginevra – con un’azione di controllo e verifica.

La Croce Rossa fornisce non solo un supporto psicologico fondamentale ai detenuti tramite visite agli stessi, ma si impegna anche a fornire agli enti governativi di competenza della Nazione un rapporto sulle condizioni della struttura di detenzione e sul trattamento che in essa viene ricevuto; tali rapporti rimangono per prassi confidenziali e non vengono divulgati, ma svolgono comunque un ruolo di denuncia allo Stato che ospita la struttura penitenziaria. Non sono mancati, nel corso dei molti decenni in cui sono stati scritte tali relazioni, casi di attrito a seguito della loro pubblicazione – accidentale o volontaria – su testate giornalistiche. Spesso gli stessi giornali – soprattutto se in stretta relazione col Governo in carica – hanno aperto una polemica contro la divulgazione dei rapporti della Croce Rossa, accusata di averli ceduti spontaneamente. È il caso del giornale americano The Washington Times, che nel dicembre del 2004 ha pubblicato un articolo in cui si è fatto portavoce del Pentagono, accusando la Croce Rossa di un comportamento iniquo nei confronti del Governo americano nel caso del penitenziario di Guantanamo.

La complicata situazione di Guantanamo Bay

Ed è proprio il Caso Guantanamo uno degli esempi più rappresentativi del complicato rapporto tra Governi e Associazioni internazionali: nel 2002 le condizioni disumane del carcere americano situato a Guantanamo Bay – dunque in territorio cubano, escamotage utilizzato per giustificare metodi di interrogatorio e forme di detenzione non ammessi negli Stati Uniti – sono state oggetto di un’aspra polemica tra il governo Bush e la Croce Rossa; le tensioni si concentravano sul permesso di accesso alle strutture e sull’osservanza del Terzo Concordato di Ginevra. Ad oggi l’accordo raggiunto, per quanto delicato, ha permesso ai volontari l’ingresso nel carcere, coronando la collaborazione con la centesima visita nel febbraio 2014. Nel Museo della Croce Rossa a Ginevra è possibile ascoltare la testimonianza di Sami Al Hajj, giornalista suadanese detenuto per sei anni a Guantanamo, che gli operatori hanno messo in contatto con la sua famiglia – di cui non aveva notizie dal momento dell’arresto – nel corso della prigionia, fino alla sua liberazione.

È impossibile quantificare i modi in cui l’azione della Croce Rossa riesca a portare aiuto e conforto a coloro che sono detenuti per ragioni politiche o militari: essa si erge a difesa di diritti spesso calpestati, usando la propria azione umanitaria e la presenza in veste di testimone come monito non-violento ai Governi nazionali.

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